Ho scoperto che potrei

Un percorso di fotografia terapeutica per scoprire le competenze

La forza catalizzatrice dell’immagine fotografica non è dovuta tanto alla sua validità artistica che anzi risulta essere irrilevante per il suo utilizzo come strumento terapeutico, ma è data dalla sua efficacia di rievocare il simbolico personale del paziente, di aiutarlo a far riemergere emozioni e vissuti (Weiser, 2010).

I partecipanti

Dopo il mio articolo sull’autoritratto, volevo raccontarvi un’esperienza concreta di fotografia terapeutica ad azione sociale in cui mi hanno coinvolto circa sei mesi fa.

Partiamo dall’inizio…

la fotografia terapeutica ad azione sociale è una metodologia che, attraverso l’aiuto di alcune tecniche fotografiche utilizzabili anche attraverso lo strumento video, può aumentare la conoscenza di sé stessi, la propria consapevolezza del mondo, aiutare a risolvere piccoli conflitti non patologici, attivare un cambiamento positivo e migliorare le relazioni interpersonali.

Non solo un corso di fotografia…

Insieme agli operatori di CasaOZ abbiamo strutturato un percorso in cui i ragazzi e le ragazze, oltre ad imparare a fotografare, dovevano coinvolgersi in un laboratorio di “verifica” e riflessione sulle attività svolte all’interno del “Progetto Officina”, una serie di laboratori come giardinaggio, muscia, ecc… che avevano e hanno lo scopo di aumentare le competenze lavorative e trasversali dei partecipanti. Il mio laboratorio si chiamava: Laboratorio di Narrativa

Gli elementi indagati con i partecipanti sono stati molteplici: “Io” nel progetto di CasaOZ e nel “Progetto Officina”, il contesto e le persone con cui ho collaborato, i sentimenti vissuti durante il progetto, dove mi colloco al termine di questa esperienza, la verifica dei processi vissuti, i prodotti e le mansioni svolte, la rilettura delle dinamiche personali e di gruppo, la definizione e la rilettura  delle competenze e del grado di autonomia.

In poche parole stavo realizzando un progetto di fotografia terapeutica che potesse aiutare i ragazzi a capire, da una parte quali fossero le competenze maturate durante i vari laboratori e dall’altra imparare a fare delle buone fotografie.

Il percorso infatti era strutturato in due parti:

  • La prima aveva la finalità di far acquisire ai partecipanti le basi della fotografia quindi: come si scatta una foto, quali errori non fare, come usare il punto di vista per fare foto più interessanti, ecc…
  • La seconda era quella di andare indagare le competenze acquisite e i vissuti nel “progetto Officina”. Questa parte è stata realizzata usando alcune tecniche di fotografie terapeutica come il collage, che ha fatto emergere i desideri sul futuro lavorativo e non solo, le carte di Propp per raccontare le storie e le competenze maturate durante i laboratori, l’autoritratto fotografico e il racconto video per far uscire le emozioni e le sensazioni provate durante i laboratori.

Da tutto questo lavoro, svolto in circa 16 incontri da tre ore l’uno, è nata una mostra di fotografia.

“Ho scoperto che potrei”

Un titolo strano per una mostra che però racchiude tutto il significato di quello che le persone hanno visto e sentito durante quelle due ore: emozioni, scoperte, possibili scenari a cui tendere. Una mostra collettiva frutto del lavoro svolto in questi quattro mesi dai partecipanti al laboratorio di narrativa. I ragazzi e le ragazze hanno rielaborato, con l’aiuto di alcune tecniche espressive proprie della fotografia terapeutica come il collage, la poesia, l’autoritratto, il progetto fotografico e il video emozionale, le esperienze vissute durante i laboratori tematici svolti a Casa Oz.

Il concetto che esprimeva bene il percorso era quello della “scoperta”. Scoperta delle competenze, scoperta del futuro e scoperta del percorso fatto insieme. I partecipanti, oltre a guardare i lavori dei ragazzi, venivano forniti di una luce UV con cui potevano “scoprire”, puntandola verso dei cartoncini bianchi, le cose raccontate durante il laboratorio di Narrativa. Le sezioni della mostra erano quattro e rappresentavano le competenze acquisite, i desideri per il futuro, i vissuti durante i laboratori e i luoghi dove si sono svolti. Di seguito il video della mostra.

Per concludere

Questa esperienza è stata molto intensa, sia per quanto riguarda il lavoro svolto sia per le emozioni provate durante questi incontri. Mi sono reso conto che un percorso di fotografia terapeutica è come una strada a doppio senso che non si interrompe mai. Non è la semplice gestione di un progetto ma è il coinvolgimento attivo dell’operatore all’interno di un flusso di emozioni che possono andare dalla felicità alla delusione. Il mio compito non si doveva limitare a coinvolgere e gestire, ma è stato quello di entrare in quel flusso di emozioni contrastanti provando ad incanalarle dentro un progetto come quello del laboratorio di Narrativa.

Ringrazio sicuramente l’Associazione CasaOZ per la bella esperienza ma in particolare ringrazio i ragazzi e le ragazze che ho incontrato in questa bella esperienza. Stefano, Alice, Martina, Giorgia, Erika, Genny, Destiny e Adele.